La Foglia d'Acanto: recensioni senza spoiler!

La Foglia d'Acanto: recensioni senza spoiler!

Valerio Tagliaferri

"La Foglia d'Acanto" è il podcast che nasce dall'amore – o forse sarebbe meglio dire, dall'ossessione – per le storie. Che siano scritte su carta, proiettate su uno schermo o diluite in più puntate da divorare sul divano. Dopo aver trascorso anni a scrivere recensioni per il mio blog www.valeriotagliaferri.it, ho deciso di portare questa passione anche in formato audio, per permettervi di ascoltare le mie riflessioni mentre andate al lavoro, preparate la cena o semplicemente cercate un po' di compagnia durante le giornate frenetiche. Buon ascolto, Valerio.

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Recensione “Birra ghiacciata ad Alessandria” di John Lee Thompson (1958)

Oggi vi parlo di un piccolo capolavoro britannico del cinema bellico che sfida ogni convenzione: "Birra ghiacciata ad Alessandria" di John Lee Thompson.

Questo thriller del 1958 ci porta nel deserto nordafricano del 1942, dove un'ambulanza malconcia trasporta un gruppo eterogeneo attraverso sabbie infuocate, campi minati e linee nemiche. John Mills offre una interpretazione straordinaria nel ruolo del Capitano Anson, un ufficiale alcolista sfinito dalla guerra che sogna una birra ghiacciata al bar di Alessandria. Più che di battaglie, il film parla di sopravvivenza umana, di dipendenza, di solidarietà che nasce dall'avversità.

La tensione è palpabile in ogni scena: sentiamo il calore asfissiante, la sete che brucia, il peso della fatica. Insieme a Sylvia Syms, Anthony Quayle e Harry Andrews, Mills costruisce un dramma intimista che esplora l'animo umano sotto pressione estrema. Un film che vi terrà incollati allo schermo e vi farà desiderare quella birra tanto quanto i protagonisti.

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Recensione “L’uomo di Filadelfia” di Richard Powell (1958)

Quando la facciata crolla, cosa rimane?

Richard Powell nel 1958 scrive "L'uomo di Filadelfia" e ci regala un ritratto spietato dell'America che si guarda allo specchio senza riconoscersi. Anthony Judson Lawrence è l'avvocato perfetto della Philadelphia aristocratica, ma sotto il successo e la rispettabilità c'è solo vuoto. Powell non giudica, mostra.

E nel mostrare ci costringe a fare i conti con la domanda più scomoda: quanto di noi è autentico e quanto è solo maschera? Un romanzo del 1958 che parla a noi oggi con una lucidità feroce. Niente consolazioni facili, niente redenzioni immeritate. Solo lo specchio nudo della verità.

Perché alcune crepe nel vetro non si possono più ignorare.


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Recensione “La Dea” di Lorenzo Mediano (2010)

Lorenzo Mediano ci porta alle origini della civiltà, nella Mesopotamia alle soglie del Neolitico, quando l'umanità stava compiendo il passaggio epocale dalla vita nomade a quella sedentaria.

In questo scenario primordiale si svolge una storia di sopravvivenza, spiritualità e trasformazione che coinvolge una comunità alle prese con le prime forme di agricoltura e organizzazione sociale. Il romanzo esplora il ruolo fondamentale della figura femminile in queste società antiche, dove il culto della fertilità e della dea madre rappresentava il centro della vita spirituale.

Attraverso una narrazione intensa, l'autore ci fa immergere in un mondo dove mito e realtà si confondono, dove nascono i primi villaggi e con essi le prime gerarchie sociali, quando il matriarcato dominava la società. Un viaggio affascinante alle radici della nostra civiltà, che ci mostra come molte dinamiche umane affondino le loro origini in tempi remotissimi.


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Recensione “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola (1974)

Nel 1974 Ettore Scola firma un capolavoro che va oltre il cinema: è un affresco di trent'anni di Italia repubblicana raccontato attraverso tre amici partigiani e una donna che diventa il loro destino.

Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Stefano Satta Flores e Stefania Sandrelli incarnano i volti di una generazione che ha sognato di cambiare il mondo e si è ritrovata a doversi adattare a un Paese che cambiava troppo in fretta.

Dal bianco e nero della Resistenza ai colori disillusi degli anni Settanta, "C'eravamo tanto amati" è commedia e tragedia insieme, nostalgia e lucidità, documento storico e opera d'arte senza tempo.

Con la sua struttura innovativa, le interpretazioni memorabili e quella celebre scena del madonnaro dove il colore irrompe nella memoria, Scola ci regala uno degli ultimi grandi esempi di commedia all'italiana e una meditazione universale su amicizia, amore, tradimento e ideali perduti.

Un film da rivedere a ogni età della vita, perché ogni volta ci restituisce qualcosa di diverso e profondamente vero.

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Recensione “La mia vita a quattro zampe” di Lasse Hallström (1985)

Nel 1985 Lasse Hallström firma un piccolo capolavoro che racconta l'infanzia senza retorica né nostalgia. "La mia vita a quattro zampe" è la storia di Ingemar, dodicenne svedese che affronta la malattia della madre e l'assenza del padre trasferendosi in un paesino di campagna.

Tra la neve eterna della provincia svedese e la metafora straziante della cagnetta Laika spedita sola nello spazio, il film esplora con delicatezza rara la solitudine infantile e la capacità di resistere al dolore.

Un'opera che ha portato il cinema svedese agli Oscar e che resta una delle rappresentazioni più autentiche e toccanti dell'infanzia mai portate sullo schermo. Hallström dimostra che si può parlare di sofferenza senza vittimismo e di crescita senza zucchero, regalandoci un film necessario cheche commuove proprio per la sua mancanza di sentimentalismi.