La Foglia d'Acanto: recensioni senza spoiler!

La Foglia d'Acanto: recensioni senza spoiler!

Valerio Tagliaferri

"La Foglia d'Acanto" è il podcast che nasce dall'amore – o forse sarebbe meglio dire, dall'ossessione – per le storie. Che siano scritte su carta, proiettate su uno schermo o diluite in più puntate da divorare sul divano. Dopo aver trascorso anni a scrivere recensioni per il mio blog www.valeriotagliaferri.it, ho deciso di portare questa passione anche in formato audio, per permettervi di ascoltare le mie riflessioni mentre andate al lavoro, preparate la cena o semplicemente cercate un po' di compagnia durante le giornate frenetiche. Buon ascolto, Valerio.

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Recensione “Il gatto” di Georges Simenon (1966)

In questa puntata esploriamo "Il gatto" di Georges Simenon, un romanzo del 1966 che trasforma la convivenza quotidiana in un duello psicologico devastante.

Tra le mura di una casa parigina, due anziani coniugi hanno smesso di parlarsi, comunicando solo attraverso biglietti carichi di rancore. Lei ha il suo pappagallo, lui il suo gatto: animali domestici diventati complici silenziosi di una guerra coniugale senza esclusione di colpi.

Simenon costruisce un dramma claustrofobico dove ogni gesto è un'arma e il silenzio diventa assordante. Una discesa negli abissi del risentimento che mostra come l'amore possa trasformarsi nel suo opposto più feroce. Un romanzo breve ma micidiale, che scava nell'animo umano con la precisione chirurgica tipica dello scrittore belga, lasciando il lettore senza fiato fino all'ultima, inquietante pagina.


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Recensione “2 sotto il divano” di Ronald Neame (1980)

Tratto dal romanzo “Spionaggio d’autore” di Brian Garfield, “2 sotto il divano” ci racconta soprattutto la fallimentare arroganza di una certa generazione nei confronti di quella passata nel mondo dello spionaggio in piena guerra fredda.

Walter Matthau e Glenda Jackson tornano a recitare insieme in una commedia d'azione che anticipa molti spunti narrativi di pellicole successiva come, una su tutte, "Red" con Bruce Willis e John Malcovich.


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Recensione "L'ultimo uomo della Terra" di Sidney Salkow e Ubaldo Ragona (1964)

Nel 1964, mentre Roma dormiva sotto le geometrie razionaliste dell'EUR, Vincent Price si aggirava tra i palazzi deserti interpretando il primo, disperato sopravvissuto all'apocalisse della storia del cinema moderno.

"L'ultimo uomo della Terra" di Sidney Salkow è il capostipite dimenticato del cinema apocalittico, il primo adattamento di "Io sono leggenda" di Richard Matheson, il film che ha ispirato Romero e che ancora oggi continua a interrogarci sul significato della sopravvivenza.

Un piccolo capolavoro girato con quattro soldi che ha anticipato di decenni le nostre paure contemporanee: dalla pandemia alla solitudine esistenziale, dalla fine della civiltà alla domanda più inquietante di tutte: quando l'umanità finisce, chi diventa davvero il mostro? Scopriamolo insieme in questa nuova puntata de "La Foglia d'Acanto".


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Recensione “Una faccia piena di pugni” di Ralph Nelson (1962)

Un pugile sul viale del tramonto, un'amicizia tradita e la dignità di un uomo ridotto a maschera da circo. Il capolavoro misconosciuto di Ralph Nelson ci regala Anthony Quinn in una delle sue interpretazioni più toccanti: "Macigno" Rivera, ex campione dei pesi massimi costretto a confrontarsi con la fine della carriera e l'assenza di alternative. Accanto a lui, un Jackie Gleason cinico e disperato nel ruolo del manager senza scrupoli, e un Mickey Rooney perfetto come l'allenatore fedele.

Girato in un bianco e nero crudo e spietato, scritto dal grande Rod Serling, questo dramma sportivo trascende il ring per diventare una meditazione universale sulla perdita, la lealtà e il prezzo della sopravvivenza. Un film che colpisce dritto al cuore, senza giri di parole, proprio come i pugni che hanno segnato il volto e l'anima del suo protagonista.


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Recensione “Sam Whiskey” di Arnold Laven (1969)

“Sam Whisney” di Arnold Laven è uno di quei film che sembrano sussurrarti una storia più grande di quella che raccontano. In questa puntata torno al 1969, quando Burt Reynolds cominciava a scolpire il mito del suo sorriso scanzonato e Angie Dickinson illuminava la scena con quella sua fragilità affilata.

È un western atipico, quasi un noir nella polvere, dove il confine fra giustizia e vendetta si assottiglia come il filo di un lazo consumato.

Un viaggio negli spigoli del genere, fra le ombre e le mezze verità di un West che non è mai stato davvero un posto, ma un’idea più grande di noi.