La Foglia d'Acanto: recensioni senza spoiler!

La Foglia d'Acanto: recensioni senza spoiler!

Valerio Tagliaferri

"La Foglia d'Acanto" è il podcast che nasce dall'amore – o forse sarebbe meglio dire, dall'ossessione – per le storie. Che siano scritte su carta, proiettate su uno schermo o diluite in più puntate da divorare sul divano. Dopo aver trascorso anni a scrivere recensioni per il mio blog www.valeriotagliaferri.it, ho deciso di portare questa passione anche in formato audio, per permettervi di ascoltare le mie riflessioni mentre andate al lavoro, preparate la cena o semplicemente cercate un po' di compagnia durante le giornate frenetiche. Buon ascolto, Valerio.

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Recensione “Le catene della colpa” di Jacques Tourneur (1947)

Jacques Tourneur firma nel 1947 uno dei noir più iconici della storia del cinema: "Out of the Past", conosciuto in Italia come "Le catene della colpa".

Robert Mitchum è Jeff Bailey, un benzinaio che nasconde un passato da detective privato, trascinato di nuovo nell'abisso quando ricompare Kathy, la dark lady interpretata da Jane Greer che lo aveva portato alla rovina.

Accanto a loro, un giovane Kirk Douglas perfetto nel ruolo del gangster elegante e spietato. Un film sulla impossibilità di sfuggire al proprio passato, costruito con una perfezione formale che ne fa ancora oggi una pietra miliare del genere.

La sceneggiatura è firmata anche dal maestro James M. Cain, con dialoghi taglienti come rasoi e una scena finale che toglie il fiato. Questo è cinema allo stato puro, quello che ti ricorda perché vale la pena amare i film in bianco e nero.

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Recensione “L’esercito delle 12 scimmie” di Terry Gilliam (1995)

Nel 1995 Terry Gilliam ci regalava uno dei thriller di fantascienza più visionari e disturbanti del decennio. Un film che mescola viaggi nel tempo, apocalisse virale e follia in un vortice claustrofobico di immagini indimenticabili.

Bruce Willis in una delle sue interpretazioni più intense, Brad Pitt che esplode sullo schermo come uno schizofrenico profetico, e Madeleine Stowe in un ruolo struggente. Ispirato al cult fotografico "La Jetée" di Chris Marker, "L'esercito delle 12 scimmie" ci trascina in un labirinto temporale dove passato e futuro si confondono, dove la linea tra lucidità e delirio si fa sottilissima.

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Recensione “Mortacci” di Sergio Citti (1989)

Nel piccolo cimitero immaginato da Sergio Citti le anime aspettano di essere dimenticate per poter finalmente andarsene. È il 1989 e "Mortacci" mescola commedia all'italiana e surrealismo pasoliniano in un capolavoro ingiustamente oscurato dal tempo.

Con Vittorio Gassman, Sergio Rubini, Malcom McDowell e Mariangela Melato, il film racconta storie di morti che giudicano i vivi, di eroi finti costruiti per convenienza, di quella grettezza italiana che non risparmia nemmeno i defunti. Una riflessione grottesca e poetica sulla memoria, sull'ipocrisia e sulla verità che emerge solo quando non c'è più niente da perdere.

Come diceva il grande Totò: “Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive: nuje simmo serie… appartenimmo â morte!”.


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Recensione “La sposa in nero” di François Truffaut (1968)

Nel 1968 François Truffaut porta sullo schermo il romanzo di Cornell Woolrich e crea un capolavoro che cambierà per sempre il modo di raccontare la vendetta al cinema.

Jeanne Moreau è Julie Kohler, una sposa vestita di nero che attraversa la Francia con un'agenda precisa: cinque uomini da trovare, cinque vite da spezzare. Ma questa non è una storia di giustizia. È il racconto di come il dolore può trasformarti in qualcosa che non è più del tutto umano, di come la vendetta diventi l'unica cosa che ti tiene in piedi quando tutto il resto è crollato.

Un film che Quentin Tarantino studierà pagina per pagina prima di girare "Kill Bill", rubandone l'anima e trasformandola in pop. Ma l'originale resta qui, freddo, elegante, spietato come solo Truffaut sapeva essere.

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Recensione “Sette uomini d’oro” di Marco Vicario (1965)

Nel 1965 Marco Vicario realizza il colpo perfetto del cinema italiano: un film di rapina che diventa il più costoso e il più esportato della nostra storia.

Con una sceneggiatura che funziona come un orologio svizzero, attori straordinari come Philippe Leroy, Rossana Podestà e Gastone Moschin, "Sette uomini d'oro" dimostra che il nostro cinema sapeva competere con Hollywood senza perdere identità.

Girato tra Italia e Svizzera, dove era vietato perfino riprendere le banche, il film deve fare i conti con la morale dell'epoca che imponeva finali edificanti. Ma resta un gioiello che ancora oggi stupisce per maestria tecnica e capacità narrativa, testimonianza di un'epoca in cui il cinema italiano dominava i mercati mondiali.