La Foglia d'Acanto: recensioni senza spoiler!

La Foglia d'Acanto: recensioni senza spoiler!

Valerio Tagliaferri

"La Foglia d'Acanto" è il podcast che nasce dall'amore – o forse sarebbe meglio dire, dall'ossessione – per le storie. Che siano scritte su carta, proiettate su uno schermo o diluite in più puntate da divorare sul divano. Dopo aver trascorso anni a scrivere recensioni per il mio blog www.valeriotagliaferri.it, ho deciso di portare questa passione anche in formato audio, per permettervi di ascoltare le mie riflessioni mentre andate al lavoro, preparate la cena o semplicemente cercate un po' di compagnia durante le giornate frenetiche. Buon ascolto, Valerio.

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Recensione “Il libro della vita” di Jeorge R. Gutierrez (2014)

In questa puntata esploriamo un capolavoro dell'animazione che sfida ogni convenzione: "Il libro della vita" di Jorge Gutierrez, prodotto dal visionario Guillermo del Toro.

Un viaggio straordinario tra il mondo dei vivi e quello dei morti, dove la tradizione messicana del Día de los Muertos diventa un tripudio di colori, musica e significati profondi. Seguiamo Manolo, giovane torero in bilico tra le aspettative familiari e i suoi sogni, mentre scopriamo che la morte non è una fine ma una trasformazione gioiosa.

Un film che parla di amore, coraggio e autenticità, accompagnato da una colonna sonora mariachi che riarrangia brani da Radiohead ai Mumford & Sons. Perché tutti sono capaci di morire, ma ci vuole vero coraggio per vivere davvero.

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Recensione “Sono un cyborg, ma va bene” di Park Chan-wook (2006)

Dopo la brutalità della sua trilogia della vendetta, Park Chan-wook ci sorprende con una favola contemporanea ambientata in un manicomio colorato.

Young-goon è convinta di essere un cyborg, si ricarica con le batterie e rifiuta di mangiare. Il-soon ruba le caratteristiche degli altri per regalarle a chi ama. Due anime fragili che trovano nell'ossessione dell'altro un modo per continuare a esistere.

Con colori pastello e inquadrature perfette, il regista coreano trasforma la malattia mentale in poesia visiva, raccontando una storia d'amore impossibile e necessaria. Un film che dimostra come la follia possa avere dignità e come l'amore possa nascere nei luoghi più improbabili.

Cinema che osa essere completamente libero.

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Recensione “Carlito’s Way” di Brian De Palma (1993)

"Carlito's Way" di Brian De Palma è una tragedia moderna che ci ricorda come il passato non lasci mai andare chi ha vissuto troppo intensamente. Al Pacino regala uno dei suoi personaggi più toccanti: Carlito Brigante, un ex criminale che sogna la redenzione ma scopre che la strada ha una memoria lunga e spietata.

Tra le luci al neon della New York anni Settanta, con Sean Penn irriconoscibile nei panni di un avvocato corrotto e una colonna sonora che è pura magia disco, De Palma costruisce un capolavoro barocco sul destino e sui sogni impossibili. Un film che ti stringe il cuore e non ti molla più, dove ogni inquadratura è un quadro e ogni dialogo nasconde una verità amara.

La sequenza finale alla Grand Central Station è leggenda pura del cinema. Questo è cinema che lascia il segno, romantico e struggente fino all'ultimo fotogramma.

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“L’uomo della Torre Eiffel” di Burgess Meredith (1949)

Nel 1949, poco prima di essere travolto dalla tempesta maccartista, Burgess Meredith dirige il suo unico film: "L'uomo della Torre Eiffel" un noir parigino con Charles Laughton nei panni di un Maigret completamente inedito.

Girato tra le strade di una Parigi che si rialza dalla guerra, il film trasforma la Torre Eiffel in un personaggio vero e proprio, protagonista di sequenze mozzafiato. Laughton reinventa il celebre commissario di Georges Simenon con un'interpretazione cerebrale e tormentata, lontana anni luce dalle versioni classiche di Cervi e Gabin.

La fotografia a colori cattura atmosfere oniriche e malinconiche, mentre Meredith dimostra un talento registico che purtroppo non avrà mai più occasione di esprimere. Un esperimento affascinante di contaminazione tra noir americano ed eleganza europea, un film dimenticato che merita riscoperta.

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Recensione “Le vacanze di monsieur Hulot” di Jacques Tati (1953)

Siamo nel 1953 e su una piccola spiaggia atlantica francese arriva lui: Monsieur Hulot, con la sua andatura impossibile, la sua pipa e la sua capacità unica di trasformare ogni situazione ordinaria in un capolavoro di comicità gentile.

In questa puntata parlo di Jacques Tati, mimo, attore e regista francese oggi quasi dimenticato, che con questo film ha lasciato un'impronta indelebile nella storia della commedia cinematografica mondiale. Un'opera in bianco e nero, delicata e poetica, che ha ispirato generazioni di comici — da Rowan Atkinson a Paolo Villaggio — e che ancora oggi sa regalare sorrisi autentici e qualche momento di inaspettata commozione.

Con una colonna sonora che non si dimentica più e un protagonista che sembra venuto da un altro mondo, "Le vacanze di Monsieur Hulot" è uno di quei film che andrebbero prescritti come medicine nelle serate più malinconiche.