La Foglia d'Acanto: recensioni senza spoiler!

La Foglia d'Acanto: recensioni senza spoiler!

Valerio Tagliaferri

"La Foglia d'Acanto" è il podcast che nasce dall'amore – o forse sarebbe meglio dire, dall'ossessione – per le storie. Che siano scritte su carta, proiettate su uno schermo o diluite in più puntate da divorare sul divano. Dopo aver trascorso anni a scrivere recensioni per il mio blog www.valeriotagliaferri.it, ho deciso di portare questa passione anche in formato audio, per permettervi di ascoltare le mie riflessioni mentre andate al lavoro, preparate la cena o semplicemente cercate un po' di compagnia durante le giornate frenetiche. Buon ascolto, Valerio.

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Recensione “Il fascino discreto della borghesia” di Luis Buñuel (1972)

Luis Buñuel aveva più di settant'anni quando girò questo capolavoro che gli valse l'Oscar, ma il genio non ha età. "Il fascino discreto della borghesia" è un viaggio allucinante tra sogno e realtà, dove una cena impossibile diventa il pretesto per smascherare l'ipocrisia e la corruzione dell'alta società.

Con un cast straordinario guidato da Fernando Rey e Jean-Pierre Cassel, Buñuel costruisce un meccanismo narrativo perfetto, dove il surreale si fonde con il quotidiano in una critica feroce e ancora attualissima. L'immagine dei protagonisti che camminano su una strada deserta è diventata iconica, simbolo di un'esistenza che avanza senza meta.

Un film da rivedere periodicamente, per scoprire ogni volta nuovi dettagli geniali e riflettere su una società che, purtroppo, non è poi così cambiata.

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Recensione “I 7 navigatori dello spazio” di Pavel Klushantsev (1962)

Prima di Stanley Kubrick, prima di George Lucas, prima che la fantascienza diventasse sinonimo di effetti speciali e battaglie intergalattiche, un regista sovietico sconosciuto inOccidente stava reinventando il cinema spaziale.

Pavel Klushantsev, con "I 7 navigatori dello spazio" del 1962, costruiva sequenze in assenza di gravità che avrebbero fatto scuola per decenni, mostrava il cosmo come un abisso silenzioso e indifferente, anticipava AndrejTarkovskij e influenzava generazioni di cineasti.

Un film dimenticato che merita di essere riscoperto, un visionario che ha cambiato il modo di raccontare lo spazio senza che nessuno gli desse credito. Questa è la storia di come la guerra fredda nascose un capolavoro, e di come il genio trova sempre la sua strada, anche attraverso il silenzio del vuoto cosmico.

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Recensione “Zazie nel metrò” di Louis Malle (1960)

Louis Malle trasforma il romanzo di Raymond Queneau in un'esplosione di puro cinema visionario che anticipa di decenni il linguaggio di registi come Michel Gondry.

La storia di Zazie, bambina irriverente che sogna di prendere la metropolitana durante una vacanza parigina, diventa pretesto per un'avventura surreale tra personaggi grotteschi e situazioni oniriche.

Con un Philippe Noiret straordinario nel ruolo dello zio drag queen e sperimentazioni formali che ancora oggi stupiscono, questo film del 1960 rappresenta uno dei vertici più audaci della Nouvelle Vague.

"Zazie nel metrò" è un capolavoro misconosciuto che gioca con il mezzo cinematografico come un bambino con un giocattolo nuovo, mescolando realtà e sogno in un cocktail esplosivo di anarchia visiva e poetica. Un viaggio iniziatico nell'assurdo che vi lascerà senza fiato.

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Recensione “Il libro della vita” di Jeorge R. Gutierrez (2014)

In questa puntata esploriamo un capolavoro dell'animazione che sfida ogni convenzione: "Il libro della vita" di Jorge Gutierrez, prodotto dal visionario Guillermo del Toro.

Un viaggio straordinario tra il mondo dei vivi e quello dei morti, dove la tradizione messicana del Día de los Muertos diventa un tripudio di colori, musica e significati profondi. Seguiamo Manolo, giovane torero in bilico tra le aspettative familiari e i suoi sogni, mentre scopriamo che la morte non è una fine ma una trasformazione gioiosa.

Un film che parla di amore, coraggio e autenticità, accompagnato da una colonna sonora mariachi che riarrangia brani da Radiohead ai Mumford & Sons. Perché tutti sono capaci di morire, ma ci vuole vero coraggio per vivere davvero.

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Recensione “Sono un cyborg, ma va bene” di Park Chan-wook (2006)

Dopo la brutalità della sua trilogia della vendetta, Park Chan-wook ci sorprende con una favola contemporanea ambientata in un manicomio colorato.

Young-goon è convinta di essere un cyborg, si ricarica con le batterie e rifiuta di mangiare. Il-soon ruba le caratteristiche degli altri per regalarle a chi ama. Due anime fragili che trovano nell'ossessione dell'altro un modo per continuare a esistere.

Con colori pastello e inquadrature perfette, il regista coreano trasforma la malattia mentale in poesia visiva, raccontando una storia d'amore impossibile e necessaria. Un film che dimostra come la follia possa avere dignità e come l'amore possa nascere nei luoghi più improbabili.

Cinema che osa essere completamente libero.